Gli animali, si sa, sono persone di famiglia.

Ma chiunque abbia dimestichezza con loro, anche se non ha letto Konrad Lorenz, sa che comportamento e linguaggio delle bestie non sono i nostri. Per questo i cani abbaiano anche durante le (nostre) ore di sonno, i gatti adorano fare pipì nei vasi d’appartamento, i criceti figliano a raffica e i pesci rossi saltano fuori dalla loro boccia di contenzione per andare a boccheggiare sul pavimento.

La società contadina affrontava la questione secondo consolidati criteri utilitaristici. Le bestie tiravano i carretti, facevano le uova e il latte, aiutavano nella caccia, sorvegliavano l’aia, insomma lavoravano in schiavitù.

Solo per questo erano sopportate e (mal)nutrite. Oggi che ci ritroviamo in casa dei liberti pelosi, redenti dalla catena e dal bastone, mangiapane a ufo, il rapporto è più equo ma anche parecchio più complicato. E irrisolto.

Una maniera abbastanza irritante di affrontarlo è l’antropizzazione forzata degli animali.

Li si tratta come figli o parenti, li si agghinda, e tortura con atroci capetti di vestiario, e il catalogo di gadgets per animali domestici è ormai un sinistro riassunto delle patologie affettive degli umani: si va dai cosmetici alle lapidi per tombe, dall’acqua minerale per gatti ai video per animali da salotto. Non mancano gli psicanalisti per cani, per ora non ancora scissi in freudiani e junghiani.

Tutto questo, in una parola sola, si chiama snaturamento.

Cioè, letteralmente, separazione delle bestie, che sono natura, dalla natura.

E non è una cosa bella: perchè trasformare un onesto derivato del lupo e dello sciacallo in un nevrotico pagliaccio da compagnia è un piccolo grande sopruso dell’uomo sugli animali, un sopruso uguale e contrario a quello che facevano i nostri avi contadini, troppo bastone ieri, troppa carota oggi, e sempre in nome dell’arbitrio umano nei confronti dei conviventi non umani.

I cani hanno l’ovvio diritto di rimanere cani, e i gatti gatti. Per arrivarci, dovremmo imparare che non sempre i nostri usi e costumi sono compatibili con le loro esigenze (e viceversa).

L’ormai arcinoto e arcidiscusso scandalo dell’abbandono estivo deriva proprio dall’assurda pretesa, da parte degli umani, che il cane sia un ninnolo trasportabile, oppure un qualunque parente o sottoparente a carico, il cui imprevisto ingombro diventa insopportabile quando si tratta di caricare la macchina e partire.

Non averci pensato prima è tipico di chi ignora che cosa sia, chi sia un cane o un gatto, e se lo mette in casa come un qualunque oggetto da consumare, scaricandolo alla prima occasione come un qualunque oggetto consumato.

Se non si dispone di spazi e tempi adeguati, se non si ha quel minimo di premura bastante, è meglio dedicarsi ad altri hobby, e lasciar perdere.

Avere cura di un animale è faticoso, richiede spirito d’osservazione e quindi una motivazione forte, altrimenti l’ospite diventa un ingombrante alieno che non capisci e non ti capisce.

La moda degli animali domestici, quando è solo una moda, diventa ingorda e sprecona come tutte le manie di massa, abitua a considerare le bestie un “divertimento” senza aggiungere che è anche un severo impegno, diffonde una cultura zoofila superficiale e infantile.

Il risultato è che le sacrosante campagne dei veterinari per la sterilizzazione vengono considerate “crudeli” per un molto malinteso pietismo animale.

Che migliaia di cani e gatti malcustoditi o abbandonati muoiono sull’asfalto.

Che anche le bestie, al pari di altre mille manie cretine che ci ammorbano la vita, finiscono per partecipare alla civiltà dell’eccesso, vittime di una voglia momentanea che sfuma ai primi caldi, quando una carezza ipocrita saluta per sempre il cosiddetto amico dell’uomo, magari ingozzato di troppo cibo per mesi e poi lasciato crepare su una corsia d’emergenza.

MITA BRUNA