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Nella seconda serata in ricordo di Vittorio Arrigoni, organizzata da CassagoDemocratica in collaborazione con l’associazione ¡NO MÁS!., è stato proiettato il lungometraggio Private girato da Saverio Costanzo.

Il film parla di una famiglia palestinese che si trova a subire l’occupazione della propria abitazione da parte dell’esercito Israeliano.

La frase del padre che apre il film raccoglie in sè il cuore di tutta la storia:
Essere rifugiati significa non essere. To be or not to be“?
Da qui parte la storia di questa famiglia che è un collage di stati d’animo e reazioni diverse a seconda di chi le vive.
Il padre che rimane fermo nella convinzione che non si debba abbandonare per nessun motivo la casa e che farlo rappresenterebbe un grosso errore e una colpa che i propri figli nel fututo gli rinfacerebbero.
La madre che vive nella paura e sente la decisione del marito come una mancanza di senso di protezione nei suoi confronti  e nei confronti dei figli.
I figli che reagiscono ognuno a proprio modo.
La figlia maggiore sfida le regole imposte dai soldati recandosi al piano superiore e fa dell’armadio,  in cui si rinchiude,  il suo punto di osservazione del mondo israeliano. Un mondo fatto di ragazzi che prima di essere soldati sono persone. Persone come loro che vivono di ansie e di paure.
La figlia più piccola che smette di parlare in seguito ad un agguato.
Il figlio impegnato nella ricostruzione della serra , che gli Israeliani continuano ad abbattere. Davanti alla reazione forte del figlio che esprime la sua rabbia nei confronti della distruzione il padre dirà: “Se abbatteranno la serra noi la ricostruiremo. E se lo faranno ancora una volta noi la ricostruremo ancora“.
Questa risposta non impedirà di scatenare una controffensiva da parte del figlio che tenterà di innescare nella serra una mina rubata ai soldati.
L’altro figlio che non accetta la situazione e vuole andare a vivere da un amico. Una scelta a cui il padre si opporrà con forza.
Il figlio più piccolo, che scopre il segreto della sorella maggiore e la interroga su come sono i soldati. La sorella inventerà per lui una specie di favola in cui gli farà credere che lei e i soldati sono diventati amici. Gli racconterà aneddoti su ognuno di loro, aneddoti reali che ha potuto conoscere guardando dalla fessura dell’armadio.
La parte più tenera è nella domanda che il piccolo farà alla sorella,  riferendosi al soldato che  ha suscitato in loro più simpatia: “Ti ha parlato di me“?
Un film di sicuro non semplice, non tanto per l’argomento trattato ma per il forte senso di frustrazione che pervade quando si vive, attraverso gli occhi dei protagonisti,  la violenza dell’occupazione.
Ed è normale che sorga questa domanda: “Ma io che avrei fatto in una situazione di quel genere?
Avrei subito o avrei reagito?
O avrei fatto come il padre che trasforma il subire in una reazione?
Di sicuro questo film ha lasciato in me un messaggio chiaro e positivo anche attraverso il finale che sembra non lasciare spazio alla speranza.
Per quanto tu possa trovarti di fronte alla violenza che si ripete,  nella tua risposta non violenta sta il piccolo seme che unito a molti altri e molti altri ancora porterà a dare un senso compiuto alla parola Shalom.

Marta