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7 Novembre ore 11: inizia lo sciopero della fame ad oltranza delle donne sarde davanti al consiglio regionale.

Ancora una volta in Sardegna le donne si fanno carico dei problemi delle  famiglie  e delle aziende  con questa protesta pacifica  che si concluderà solo quando il Consiglio regionale adotterà le misure necessarie per risolvere un drammatico stato di crisi.

La legge che permette di fronteggiare questa emergenza esiste, e’ una legge dello Stato Italiano, inscritta nella costituzione, identificabile con l’articolo 51 dello Statuto speciale che prevede:

La Giunta Regionale, quando constati che l’applicazione di una legge o di un provvedimento dello Stato in materia economica o finanziaria risulti manifestamente dannosa all’Isola, puo’ chiederne la sospensione al Governo della Repubblica, il quale, constata la necessita’ e l’urgenza, puo’ provvedervi, ove occorra a norma dell’art. 77 della Costituzione“.

Il debito che le aziende agropastorali sarde hanno con le banche e’ immenso: 722 milioni di euro equivalenti al 45 per cento della produzione lorda vendibile ed interessa 1700 aziende delle 40mila complessive. Si tratta di piccole aziende agropastorali, concentrate nell’area meridionale della Sardegna.

Questo problema ha radici antiche che risalgono al  lontano 1988 quando la Regione Sardegna con la Legge 44 ha dato la possibilità a decine di migliaia di allevatori e agricoltori sardi di accedere a mutui agevolati per l’ammodernamento delle aziende per un totale di  Undici miliardi di euro. Ovviamente gli interessati hanno sfruttato la  possibilità  di accedere ai finanziamenti indebitandosi con le banche. Nel 1997 l’Unione Europea decreta l’illegittimità della legge 44  e  la Regione Sardegna  chiede la restituzione di 31 milioni di euro a chi ha creduto nello Stato.

Circa 200 aziende, incapaci di fronteggiare il debito  vengono pignorate e vendute all’asta. Equitalia puo’ pignorare in tempi brevissimi e così aziende costate sacrifici enormi ai proprietari vengono svendute, dal momento che si sa che i terreni agricoli sardi hanno scarso valore. Per l’acquirente magari la rivalutazione puo’ presentarsi come un bel parco eolico o una struttura turistica nei terreni prossimi alle coste.

In tutto questo disastro gli unici a non pagare il dazio degli errori commessi sono i politici.

Le aziende sarde pertanto si trovano a fronteggiare questo momento critico dell’economia globale penalizzate da debiti pregressi.

Le famiglie non riescono a gestire le esigenze quotidiane, e’ una fortuna, dicono le donne, quando si riesce a dar sapore di carne ai fagioli, ma il cruccio maggiore per  tutte e’ il futuro dei figli per l’enorme difficolta’ e spesso l’impossibilita’ di permettere il completamento degli studi.

Tutto cio’ sarebbe di per se’ scandaloso se non fosse che l’isola e’ creditrice nei confronti dello stato di ben 10 miliardi di euro che potrebbero venire utilmente impiegati per il rilancio dell’economia.  Uno stato moroso e contemporaneamente usuraio!

Per dare una visibilita’ alla protesta le donne hanno indetto una conferenza stampa della quale riporto alcuni interventi:

Claudia Aru  partecipa allo sciopero per solidarieta’ alle donne che intraprendono lo sciopero. Claudia denuncia la situazione precaria delle donne in questo periodo di crisi dove il lavoro e’ spesso visto come antitetico alla famiglia.

Franca Cabras viene dall’ogliastra e fa il pastore. Dice:

“ho sempre vissuto in una terra il Gennargentu. I nostri padri hanno pagato la terra prima ai feudatari poi ai Savoia poi  allo Stato Italiano. Ed ora mi ritrovo a dover pagare per quelle terre un’altra volta ad altra gente. Stiamo pagando le nostre terre da almeno un centinaio di anni, lavorandole cercando di camparci senza fare speculazioni. Nel Gennargentu non ci sono state speculazioni e speriamo che non ce ne siano mai.  Adesso stiamo stretti,  impediti in ogni modo di portare avanti il nostro lavoro e di godere di quel poco che ci hanno lasciato i padri per una serie di meccanismi incomprensibili. L’unico risultato e’ che noi stiamo stretti in una terra immensa di 18mila chilometri quadrati, dove potremmo vivere benissimo. Se frazionassero questa terra ci spetterebbero  10 ettari a testa, fino all’ultimo nato.

Eppure oggi noi non riusciamo a campare. Ho 4 figli e a disposizione 10 ettari di terra;  sto cercando di campare ma oggi e’ IMPOSSIBILE.Quanto viviamo  e’ conseguenza di un sistema, siamo attaccati da ogni parte.  Cio’  che diciamo oggi  è per non morire e far morire di fame domani i nostri figli.  Lo sciopero della fame oggi e’ per dimostrare che si sta andando in quella direzione. Ai miei figli oggi non posso insegnare come si coltiva o si alleva perche’ farei il loro male. Oggi il futuro dei nostri figli non e’ piu’ nelle nostre mani,  non sappiamo piu’ cosa augurarci.

Quindi tutti insieme per salvare questa terra, potremmo stare veramente bene”.

L’ultimo intervento e’ di Claudia Zuncheddu che si e’ fatta promotrice della proposta di applicazione dell’articolo 51 al consiglio regionale.

Il 10 Novembre è la giornata del “Popolo Sardo”. I sardi sono già svegli, ma la politica non l’ha ancora capito.

I cittadini saranno in piazza non per semplice protesta ma proprio per portare avanti politiche “dal basso” decisi a rivendicare i propri diritti traditi dalla politica.

Questa e’ la pagina dell’evento:

http://www.facebook.com/event.php?eid=274905519216769