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Il Parlamento  Europeo suggerisce:

una partecipazione equilibrata delle donne e degli uomini al processo politico e decisionale rispecchierà più fedelmente la composizione della società in quanto costituisce un elemento essenziale per le future generazioni e per il corretto funzionamento delle società democratiche….

Benchè dal punto di vista giuridico e normativo niente vieti alle donne di essere cittadine di serie A, in pratica ci si rende conto che molto deve ancora cambiare per raggiungere una effettiva parità di genere.

E’ come se rimanessero nel patrimonio genetico sociale quelle tracce di passata discriminazione sancite dal codice del diritto di famiglia del 1865 dove la donna fungeva praticamente da accessorio per il capofamiglia, relegata in casa.

L’attuale fotografia delle condizioni di vita delle donne italiane e’ fornita dai dati ISTAT: meno del 50% delle donne lavora, dato che scende ad un terzo se guardiamo a Sud.

Questi dati, già di per se estremamente significativi, devono tuttavia essere corretti per il cosiddetto “tasso di scoraggiamento” di quella percentuale di donne che non cercano neppure piu’ lavoro e vanno a far parte della popolazione inattiva.

L’ufficio statistico dell’Unione europea (Eurostat) quest’anno ha diffuso uno studio  che mette in evidenza come il tasso di occupazione delle donne di età tra i 25 e 54 anni diminuisce con l’aumentare del numero di figli.

Tra i  27 paesi dell’UE l’Italia occupa il penultimo posto per tasso di occupazione femminile, seguita solo da Malta e nel caso di lavoratrici madri lo scarto con gli altri paesi è molto evidente.

  •  In Italia lavora il 63,9 di donne senza figli contro l’82,2% in UK, l’81.8% in Germania, l’83,1% in Olanda.
  •  La percentuale cala al 59% in Italia con il primo figlio, mentre è al 75% in UK, al 76.5 in Germania, al 78% in Francia.
  • Le lavoratrici con 2 figli sono il 54,1% contro il 78% della Francia, il 72% dell’Uk, il 75% in Portogallo.
  • Quando i figli diventano tre la percentuale italiana scende al 41,3% (prima di Malta che arriva a 29,6%) mentre si arriva al 68% in Finlandia, al 71% in Olanda, al 79% in Slovenia.

A confronto con l’Europa, abbiamo un ritardo di 23 anni: il nostro attuale tasso di inattività delle donne è uguale a quello registrato nel 1987 dai Paesi dell’allora Comunità Europea.

Tra lavoro e famiglia le donne devono affrontare difficoltà enormi tanto da dover scegliere quasi obbligatoriamente di avere sempre meno figli e frequentemente in età più avanzata. In seguito alla maternità numerose donne perdono il lavoro ed altre lo abbandonano nell’impossibilita’ di conciliarlo con l’impegno familiare.

Tra i fattori che portano le donne a queste scelte incidono particolarmente la rigidità degli orari di lavoro, il lavoro notturno, quello festivo ed i turni in genere. Maggiori problemi hanno quelle donne che non possono usufruire dell’aiuto della famiglia e che devono affidare i figli ad asili nido o babysitter.

Quando poi le donne si trovano a dover gestire in famiglia anche un disabile o un anziano le difficoltà crescono in modo esponenziale e non si possono fronteggiare se non con doti acrobatiche.

Non e’ facile essere donne in Italia

Lo scarso investimento in quei servizi di welfare è causa dell’allontanamento delle donne dal mondo del lavoro: l’Italia è infatti in coda alla classifica europea nei contributi sociali. Secondo l’Ufficio studi di Confartigianato, con appena l’1,3% del Pil speso dallo Stato in interventi per famiglia e maternità ci collochiamo al 23° posto insieme con Bulgaria, Portogallo e Malta. In termini negativi ci batte soltanto la Polonia. In pratica, in Italia la spesa pubblica per famiglia e maternità è pari a 320 euro ad abitante, vale a dire 203 euro in meno rispetto alla media dell’Europa.

Si avverte la necessità di leggi e provvedimenti urgenti ma, purtroppo, in Italia  gli scenari politici cambiano (raramente!) ma le classi dirigenti italiane, anziane e maschiliste,  rappresentano una società ostile al ricambio generazionale ed al pieno coinvolgimento delle donne nel mercato del lavoro.

Una soluzione logica,quindi, sarebbe che le donne potessero legiferare per le donne, ma c’e’ una sorta di resistenza sociale di regole e leggi non scritte che impedisce che cio’ avvenga: poche donne nelle stanze dei bottoni. Eppure e’ opinione comune che le donne potrebbero offrire alla politica ed alla pubblica amministrazione alcune peculiari competenze femminili: pragmatismo, capacità di ascolto, attitudine all’incontro tra diversità .

Il danno che ne consegue si può anche quantizzare:  se l’occupazione femminile raggiungesse il 60% della popolazione il Pil dell’Italia aumenterebbe di sette punti percentuali.  Uno studio Cerved  dimostra come i consigli d’amministrazione composti per un quinto da donne hanno una redditività migliore e il 37% di capitali in più.

L’Europa non puo’ vincere se meta’ della squadra rimane negli spogliatoi“.

Si esprimeva così nel 2008, con una metafora sportiva il segretario generale del Consiglio d’Europa, Terry Davis, per incrementare la presenza femminile nelle istituzioni.

I lavori della quarta Conferenza delle Nazioni Unite sulle donne tenuta a Pechino nel 1995 concludono:

la partecipazione delle donne nel processo decisionale non e’ soltanto una richiesta di semplice giustizia e democrazia, ma può essere interpretata come condizione necessaria affinchè gli interessi delle donne vengano presi in considerazione.

Senza l’attiva partecipazione delle donne e l’integrazione delle loro prospettive a tutti i livelli del decision-making , gli obbiettivi di uguaglianza, sviluppo e pace non potranno essere raggiunti.

Infatti le donne devono partecipare a tutti i progetti decisionali non solo perchè lo stato di minoranza politica di una categoria statisticamente maggioritaria è un limite di una democrazia effettiva, ma anche perche’ la composizione per genere degli organi legislativi ha una influenza determinante per  l’adozione di provvedimenti legislativi in grado di influire sulla vita e sulle famiglie.

Il Global Gender Gap Report 2010, in termini di pari opportunita’, colloca l’Italia al 74° posto su 134 nazioni. Lo studio condotto ha dimostrato che esiste una forte relazione tra l’uguaglianza dei sessi e la crescita economica, il progresso sociale e quello politico di una nazione. ”L’Italia non risulta essere una societa’ equa soprattutto per il divario crescente fra uomini e donne in termini di disoccupazione e di discrasia nelle posizioni apicali“.

Le lavoratrici italiane guadagnano in media il 20% in meno degli uomini e occupano solo il 7% dei ruoli dirigenziali nelle aziende, contro il 33% delle scandinave.

Anche quando hanno un lavoro retribuito, le donne italiane dedicano più tempo ai lavori domestici (21 ore a settimana) delle altre europee.

In Italia, c’è bisogno di più politiche per conciliare lavoro e famiglia“.

E’ il parere dell‘Ocse espresso nel rapporto sulle politiche familiari, nel quale si sottolinea che il Belpaese “è ben al di sotto della media Ocse rispetto a tre indicatori fondamentali sulla famiglia: occupazione femminile, tasso di fertilità e tasso di povertà infantile“.

Quante sono le donne che occupano posizioni apicali nello Stato?

L’Italia è, a questo proposito, collocata al cinquantaquattresimo posto nel mondo e al ventiquattresimo in Europa quanto a presenza femminile in Parlamento con una percentuale pari al 21%, ben lontana dal 61% della Finlandia. Al senato la percentuale scende tristemente al 18%. Cio’ e’ ascrivibile al fatto che non esistono leggi che permettano l’applicazione di quote elettorali relative a ciascun genere occupando le donne solo il 10-15% delle candidature e nessuna rappresentanza nei vertici dei partiti (nessun presidente o segretario, 0-15% nelle segreterie e 0-33% negli organi collegiali centrali).

Dal 1948, quando è entrata in vigore la Costituzione repubblicana, in Italia si sono succeduti 11 Presidenti della Repubblica, 16 Legislature e 60 governi. Ma mai una donna ha ricoperto le più importanti cariche di Governo.

La partecipazione delle donne nella vita politica periferica ci viene fornita dall’ultimo rapporto di Cittalia (luglio 2010) e dai dati forniti dall’Unione Province d’Italia (UPI), aggiornati al dicembre 2010:

– la presenza femminile nei Consigli comunali si attesta su un totale di 14.663 donne rispetto ai 63.645 uomini;

– la presenza femminile nelle giunte comunali è pari a 5.123 donne a fronte di 21.089 uomini;

– nei consigli provinciali la presenza femminile è di 391 donne, pari al 13% del numero complessivo dei consiglieri provinciali.

Nella pubblica amministrazione la presenza femminile e’ adeguatamente rappresentata ma e’ difficile ritrovarla in posizioni apicali, una sorta  di segregazione orizzontale conseguente all’impiego delle donne verso incarichi piu’ soft o verticale per una emarginazione netta e diretta da incarichi di responsabilità crescente.

Le istituzioni si devono accorgere che la situazione delle donne e’ cambiata e che la condizione di subordine fa parte del passato remoto della nostra storia. Le donne pretendono che lo stato sia portavoce ed interprete di questa evoluzione e che si faccia legislatore di una serie di provvedimenti che favoriscano il loro inserimento nel mondo del lavoro e della vita politica.

Purtroppo negli ultimi decenni le istituzioni sono state distratte da  esigenze di altri ed hanno perso tempo prezioso per promuovere il progresso dello Stato.

Le donne hanno protestato in tantissime piazze ma il “DOPO” e’ stata la risposta al loro “se non ora quando”.

Questo blog aderisce alla campagna #2eurox10leggi” : la prima rivoluzione twitter in Italia nata col proposito di acquistare una pagina del  Corriere per scrivere le 10 leggi inderogabili che le donne chiedono alla politica.

Una pagina del quotidiano ha un costo improponibile per ciascuna di noi singolarmente, ma insieme ce la faremo: con la promozione di una colletta.

E speriamo che questa volta ci ascoltino!!!

https://donneviola.wordpress.com/2011/10/12/2europerdiecileggi/

http://www.pariopportunita.gov.it/

http://2eurox10leggi.blogspot.com/p/come-e-nata-2eurox10leggi.html