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Nell’autunno del 1957 il corpo di una ragazza di diciassette anni veniva adagiato su un tavolo anatomico, nella penombra di una stanza dell’Istituto di Medicina Legale dell’Università di Palermo. La giovane, in fin di vita, era stata trasportata dal suo piccolo paese nell’interno siciliano in un disperato tentativo di salvarla, ma era morta lungo la strada provinciale. L’autopsia accertò subito che da tre mesi la giovane era incinta ed era morta per avvelenamento causato da un intruglio di erbe assunte a scopo abortigeno .

 

E’ una delle tante storie di aborto clandestino spesso silenti, conosciuta grazie alla inchiesta di Milla Pastorino su “Noi donne” nel 1961.

Ancora oggi e’ facile parlare con medici ed infermieri che raccontano di aver vissuto in prima persona quei momenti angoscianti di lotta per la vita di giovani donne che si erano sottoposte alla pratica dell’aborto clandestino prima dell’avvento della legge 194.

Arrivavano negli ospedali gravissime. Abortire era un reato e temporeggiare, aspettare e sperare in una miracolosa guarigione era quasi una necessità per evitare sanzioni, interrogatori ed incriminazioni per se ma anche anche per chi procurava l’aborto.

Peritoniti e sepsi, rotture di utero o perforazioni, emorragie gravissime erano evenienze  frequenti e talvolta c’era chi non ce la faceva.

L’aborto in assenza di adeguate condizioni igieniche garantite dalle strutture sanitarie è una delle principali cause di morte a livello mondiale delle donne in età fertile. Uno studio della rivista scientifica Lancet afferma che nel 2008 47mila donne nel mondo sono morte per aborti insicuri e 8 milioni e mezzo hanno avuto gravi conseguenze sulla propria salute.

Diversa sorte capitava a chi aveva possibilità economiche tali da potersi permettere ricoveri in strutture sanitarie private dove fioriva il commercio clandestino dei famosi “cucchiai d’oro” chiamati così in virtù dello strumento chirurgico col quale si effettuava la revisione della cavità uterina.

Per tutte le altre non restava che il mercato delle “mammane”.

Un po’ di storia

La legislazione in vigore in Italia fino al 1978 era contenuta nel codice Rocco di epoca fascista che inquadrava contraccezione ed aborto come delitti contro la stirpe ed esponeva le donne e chi aveva procurato la metodica alla imputazione di reato di aborto.


Nel 1975 la Corte Costituzionale si e’ espressa con la sentenza n. 27 nella quale stabiliva la prevalenza del diritto materno alla vita ed alla salute rispetto all’embrione, pur riconoscendo a quest’ultimo il diritto alla tutela contenuta nell’art. 2 della Costituzione.

Nel 1976 in seguito all’inquinamento da diossina a Seveso furono eseguiti 30 aborti in deroga al fine di impedire nascite di bambini malformati.

Il 22 maggio 1978, in ritardo agli altri stati europei, veniva approvata dal parlamento la Legge n. 194, che, col proposito di contrastare la pratica dell’aborto illegale sanciva il diritto della donna ad interrompere, gratuitamente e nelle strutture pubbliche, la gravidanza indesiderata.

La legge prevedeva inoltre sostegno al disagio familiare della donna gravida e politiche di prevenzione da attuarsi nei consultori. L’artico 9 di questa legge  permetteva ai sanitari di sollevare obiezione di coscienza.

Contro questa legge il movimento cattolico per la vita, nato  nel 1975 per contrastare l’aborto,  ha indetto un referendum per una abrogazione minimale della legge che fu una catastrofica disfatta.

Nel 1995 Giovanni Paolo II, nella sua enciclica Evangelium Vitae, ha ribadito che «…nessuno può autorizzare l’uccisione di un essere umano innocente, feto o embrione che sia…», affermando che la L 194 fosse «del tutto prive di autentica validità giuridica».

Purtroppo il Pontefice non ha limitato le indicazioni giuridico-morali al solo Stato Vaticano ma ha cercato in ogni modo di estendere le proprie influenze anche nel nostro paese, indirizzando altre decisioni politiche come quelle sul testamento biologico o sulla  procreazione medicalmente assistita.

In sintesi, per il Vaticano, l’aborto sarebbe un atto terroristico contrariamente a quanto sancito dall’OMS con gli obbiettivi del terzo millennio a proposito della  salute materna che deve essere protetta  con  “misure atte a ridurre l’incidenza delle gravidanze non volute e degli aborti insicuri, compresi investimenti nei servizi di pianificazione familiare e assistenza per aborti in sicurezza”.

D’altronde Il diritto alla sopravvivenza, il diritto alla vita, il diritto alla libertà e alla sicurezza della persona, il diritto ad un livello di salute più alto possibile sono tutti riconosciuti fondamentali negli accordi internazionali.

I numeri in Italia

per area geografica

per età

per cittadinanza

Prima che la legge 194 venisse approvata si stima che gli aborti in Italia variassero da duecentomila a seicentomila interventi l’anno.

In seguito all’attivazione dei servizi, si riscontra, negli anni che vanno dal 1978 fino al 1982, la massima incidenza di aborti legali, seguiti  da un calo sia dell’abortività legale che di quella clandestina che dimostra come, con la Legge194/78, la tendenza al ricorso all’aborto è diminuita in modo significativo.

Uno studio recente del marzo 2012, riportato nel portale epicentro di statistica sanitaria (http://www.epicentro.iss.it/temi/materno/8marzo2012IVG.asp , http://www.salute.gov.it/imgs/C_17_pubblicazioni_1585_allegato.pdf ) oltre a confermare questi dati forniti da una relazione del ministero per la salute ha evidenziato che la riduzione più rapida e’ stata registrata tra le donne con titolo di studio elevato, le occupate e le coniugate.

Negli ultimi anni tuttavia, in seguito all’aumento dell’immigrazione nel nostro Paese, si è osservato un incremento del contributo all’Ivg da parte da donne straniere. Nel 2009, una Ivg su tre ha riguardato donne straniere; anche in questo caso si è rilevato che l’alto ricorso all’aborto dipende principalmente da cattive conoscenze in ambito riproduttivo e dal fallimento o uso scorretto di metodi per il controllo della fecondità.

Recentemente le associazioni medici ginecologi italiani riferiscono che il fenomeno dell’aborto clandestino sta diventando una realtà, da una parte per la relativa semplicità con la quale e’ possibile avere a di posposizione farmaci per l’aborto medico e dall’altra per l’aggravarsi del fenomeno dell’obiezione di coscienza dei medici delle strutture pubbliche e private accreditate.

 

L’aborto medico

L’aborto clandestino «si presume essere largamente diffuso e praticato anche in strutture sanitarie private e riguarderebbe in misura sempre maggiore donne extracomunitarie». Lo sostiene il ministero della Giustizia nella relazione 2010 sulla legge 194 inviata al Parlamento.

Ritorna il mercato clandestino sulla pelle delle donne. In Italia si praticano 55 aborti clandestini al giorno ma non più per mano delle  “mammane” degli anni ’70  per fortuna.

L’aborto farmacologico e’ una pratica decisamente meno cruenta ma comunque non scevra di rischi e complicanze, immediate ed a distanza quali  emorragie ed infezioni.

La  RU486 si trova facilmente in studi privati extra legali, dove medici affaristi praticano l’aborto per cifre che vanno dai 2mila ai 4mila euro. Questi costi possono essere proibitivi per cui talvolta funziona il passaparola e mediante la rete le donne trovano agevolmente il farmaco nel mercato clandestino.

Viene utilizzato con successo a scopo abortigeno nelle primissime settimane di gravidanza un farmaco facilmente reperibile nelle farmacie,  prescrivibile con ricetta semplice del curante, un antiulcera a base di prostaglandine, il citotec.

Il presidente della Fnomceo (federazione degli ordini dei medici), Armando Bianco, dice che questo evento e’ in crescita tra giovanissime ed emarginate auspicando che “probabilmente una piena applicazione della 194 sull’interruzione volontaria di gravidanza eviterebbe il diffondersi di tali fenomeni”.

Paura, vergogna, disinformazione, lunghe liste di attesa costringono le donne a cercare soluzioni rapide e la elavata frequenza del fenomeno in molto giovani spinge a pensare che molto c’e’  ancora molto da fare ancora nel campo della prevenzione.

L’obiezione di coscienza

L’articolo 9 della legge 194 prevede la possibilità, da parte del personale sanitario, di esercitare obiezione di coscienza.

L’ incidenza di obiettori di coscienza che, attuando un loro diritto, rifiutano di praticare l’aborto pongono talvolta ostacoli non facili da superare determinando quello che in sintesi si può definire un conflitto di diritti, l’etico-morale del sanitario obiettore e quello di piena tutela della salute della donna come sancito dalla legge 194.

Nel 1997 l’obiezione di coscienza riguardava il 60% dei ginecologi e il 50% degli anestesisti per passare nel 2009 al 71% per i ginecologi e al 51% per gli anestesisti con significative differenze in ambito regionale per esempio  in Basilicata, il 92,5% e’ obiettore, in Veneto l’80,5%, nelle Marche (78,4%), nel Lazio (77,7%), in Puglia (76,8%), in Campania l’80 (dati 2005).

L’obiezione di coscienza risulta essere uno dei principali artefici della mancata applicazione delle legge 194 rendendo vano il suo principio di tutela della salute della donna.

I motivi che spiegano il crescente numero di obiezioni non sempre sono da ascrivere ad un aumento di religiosità in ambito sanitario, più frequentemente sono motivi di ordine pratico a giustificare queste scelte.

Si obietta perchè i dirigenti della struttura sono obiettori e/o cattolici e si avrebbero di conseguenza ostacoli nella carriera, perchè i non  obiettori sono troppo pochi e chi non obietta fa solo quello, perché il piano strategico dell’azienda sanitaria promuove magari altri interessi e gli spazi dedicati all’applicazione della legge 194 sono troppo pochi e impongono la estenuante ricerca di spazi e personale.

L’obiezione di coscienza diventa quindi una imposizione di coscienza ed a farne le spese sono le donne, costrette a mille acrobazie per vedere applicato i loro diritti. In prossimità della scadenza dei 90 giorni iniziano le processioni alla ricerca di medici non obiettori spesso da un ospedale all’altro anche in diverse regioni alla ricerca di chi le accoglie.

Perché poi alla fine l’obiezione di coscienza diventa una obiezione di struttura ed anche di regione.

L’impressione e’ che non potendosi contrastare apertamente la legge 194, finalmente l’Europa chiede qualcosa per noi, lo si fa in modo subdolo e strisciante, con l’obiezione che porta alla paralisi delle strutture sanitarie dedicate.

La clausola della obiezione di coscienza poteva trovare la sua giustificazione nel momento di applicazione della legge  e che già lavoravano nelle strutture sanitarie;  attualmente però e’ difficile trovare delle giustificazioni per una obiezione su così larga scala anche perché la ivg e’ una pratica medica che rientra ovviamente  nelle procedure rimborsate dal ministero.

Sarebbe auspicabile e doveroso che il parlamento si occupasse di questo problema che sta diventando a tutti gli effetti una emergenza in alcune regioni. Sarebbe sufficiente dare disposizioni alle regioni affinchè vengano adottate regole capaci di  garantire livelli idonei per l’accreditamento anche a questo proposito poiché un ospedale che non riesce a garantirli va contro quello che dovrebbe essere un principio fondante in sanità, la salute delle cittadine.

Alcune nostre considerazioni

Al giorno d’oggi sembra che i progressi compiuti dalla legge 194 vengano progressivamente erosi  con le conseguenza che le donne si ritrovano sole in un momento già di per se critico dal punto di vista psicologico.

E’ significativo come ciò avvenga in un momento di emergenza sociale quali l’incredibile aumento di violenza di genere che si spinge fino al fino al femminicidio quasi che la società voglia impedire alla donna di essere libera ed autonoma.

L’influenza di certe ideologie religiose hanno una buona parte di responsabilità  in questo campo mentre i fautori del movimento per la vita poco si sentono a proposito degli armamento, delle missioni militari o in genere sulle violenze compiute dal clero sui minori.

Pur tuttavia a questi ultimi è permesso di frequentare gli ospedali criminalizzando le donne e compiendo, loro si, attentati agli equilibri psico-fisici e morali.

E’ importantissima anche in questo caso la educazione al linguaggio evitando di cadere nelle trappole del fraintendimento.

Difendere la legge 194 non vuol dire essere contro la vita o scegliere l’interruzione volontaria di gravidanza come sistema di pianificazione familiare, ma ha il solo significato di assistere la donna in questo momento al fine di sottrarla al mercato nero dell’aborto clandestino.

Difendere la legge 194 non vuole dire ammazzare ma tutelare una vita, di modo che la donna abbia la libertà di compiere le sue scelte autonomamente tutelata dallo Stato.

Difendere la legge 194 vuol dire ancora che  molto c’e’ da fare in termini di educazione ed assistenza alla gravida. I consultori deputati a questo scopo sono vittima della crisi economica e la educazione sessuale scolastica è ancora una utopia, vittime come siamo di un clericalismo retrivo che impedisce alle donne l’emancipazione sociale.

Donneviola