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A volte ti ritrovi a pensare a com’eri a diciott’anni.

Allegra, estroversa, sempre pronta ad andare a ballare; tutto regolare per una ragazza di quell’età.
Notti senza orari e genitori rassegnati ad aspettarti svegli.

Ci penso ogni volta che il mio pensiero corre a Federico e penso che a quella stessa età in cui io vivevo con gioia a lui sono stati spezzati i sogni.

Un rientro a casa terminato prima di varcare una porta attraversata centinaia di volte.

Un rientro finito in una pozza di sangue.

Sangue che non si può lavare, sangue che cola dentro a chi ti ha amato.

Processi che si susseguono.

E ogni volta quando leggi gli esiti ti sale tanta rabbia.
Poi leggi le parole di Lino, senti la dignità di Patrizia.

E ti chiedi come reagiresti se Federico fosse stato tuo figlio.
Se riusciresti a mantenere la loro lucidità, se riusciresti a contenere tutto quel dolore.

I figli non si toccano.

Sono le ultime parole che ho letto sul blog dove Lino scrive.
Mi si è squarciato il cuore.

Mi capita così quando dalle parole sento fuoriuscire un dolore profondo.

I figli non si toccano.
No Lino non si toccano, non si prendono a bastonate.

I figli.

I figli nostri come Federico.
Federico che rientrava a casa da una serata come tante o magari anche diversa.

Una serata di un ragazzo di diciott’anni che doveva trovare la sua naturale conclusione nel caldo delle proprie coperte.

Giovedì 21 giugno si terrà l’ ultimo processo.

Quello definitivo.
Non cancellerà il dolore.

L’ unica speranza che resta è che vi sia una sentenza giusta.
Giusta per quanto può essere giusto dover vivere con la consapevolezza di non poter stringere tra le tue la mani la mano di tuo figlio.