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Si è rotto un meccanismo, quello più importante, quello che fa girare il mondo nella giusta direzione.
Quel meccanismo che tutela i figli sopra ogni cosa, al di là delle diatribe dei genitori in quanto coniugi, al di là di qualsiasi rimostranza, al di là di qualsiasi problema.

I fratellini morti a Brescia secondo la procura non avevano fumo nei polmoni.
Erano deceduti prima; dalle prime verifiche emerge che sarebbero stati fortemente sedati.

I sospetti ricadono sul padre e un’ombra di disumanità si allunga sempre di più su quella casa.
Il padre era stato denunciato una decina di volte per stalking dalla moglie da cui era separato.
Infatti non le si poteva avvicinare.
Con i figli però poteva avere contatto.

E oggi quei figli non ci sono più.
Non vogliamo di certo fare un processo qui.
In questi giorni di sicuro verrà accertata la verità.

Quello che vogliamo provare a fare è aprire una riflessione sui fatti drammatici che si vanno ripetendo senza tregua.

C’è qualcosa di insano, di malato nella nostra società.
E non è un virus che può essere debellato con un antibiotico.
È una malattia più profonda che si annida nelle cellule dei rapporti umani.
È quella malattia che nasce dalla poca educazione al sentimento.
Si cerca di insegnare tutto ai bambini, dalla matematica alla geografia, sperando che diventino adulti colti e preparati.
E ben venga.
Ma chi insegna a questi bimbi cos’ è l’amore? Cos’è il rispetto?
È vero che dovrebbe pensarci la famiglia ma spesso non è più sufficiente.
Oggi più che mai sorge la necessità che i bambini imparino a parlare di sentimenti anche a scuola.
La scuola è un luogo di aggregazione, una delle prime palestre dei rapporti umani.
È qui che si impara a stare in gruppo, è qui che si dovrebbe imparare l’abc dello stare insieme coltivando il rispetto, l’amorevolezza, la comprensione.
È qui che secondo noi dovrebbero concentrarsi gli sforzi per aggiustare quel meccanismo che si è rotto e che spesso mette uomo e donna in contrapposizione.
È nella scuola che si educa.
È nella scuola che si forma l’adulto di domani.

Bisogna quindi dare alle scuole gli strumenti per comprendere, capire, agire.
Bisogna fare in modo che la scuola diventi un luogo di educazione ad ampio raggio.

Il nostro è un appello alle Istituzioni, perché si adoperino quanto prima a porre in atto la Convenzione di Istanbul dando la giusta importanza alle radici del problema.
Perché senza uno sforzo in questa direzione qualsiasi intervento sarà vano.

Il meccanismo si deve ricomporre.
Io sono mia, io sono mio.
Tu non sei mia proprietà.
L’amore non uccide, non violenta, non dà schiaffi.

Questo è quello che bisogna tornare ad insegnare ai ragazzi.
In famiglia, questo è poco ma sicuro.
Ma anche la scuola e le istituzioni devono fare la propria parte.

Tutti noi, come collettività, dobbiamo tornare a fare la nostra parte.
Il tempo ormai è scaduto.